Tra volatilità dei prezzi energetici, nuove regole comunitarie e difficoltà nel ridurre le emissioni lungo la filiera, il settore food & beverage si trova oggi davanti a una delle sfide più complesse della transizione ecologica.
La decarbonizzazione dell’industria alimentare europea procede, ma a velocità inferiori rispetto alle esigenze imposte dal mercato e dalla normativa.
L’Unione Europea, attraverso strumenti normativi come il Fit for 55 e la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), sta innalzando gli standard in materia di sostenibilità, trasparenza e riduzione delle emissioni. Tuttavia, il contesto geopolitico internazionale continua a generare incertezza sugli approvvigionamenti energetici e sui costi operativi.
Secondo le più recenti rilevazioni, il 23% delle aziende ha incrementato le proprie ambizioni climatiche, mentre il 18% le ha ridimensionate a causa dell’aumento dei costi, della minore disponibilità di capitali e dell’incertezza politica. Una situazione che colpisce tutti i comparti produttivi, ma che assume una rilevanza particolare per il settore alimentare, storicamente caratterizzato da elevati consumi energetici.
Con un fatturato di circa 1.500 miliardi di euro, un valore aggiunto di 300 miliardi e 4,8 milioni di occupati, il food & beverage rappresenta il più grande comparto manifatturiero dell’Unione Europea. Al tempo stesso, il settore è chiamato a confrontarsi con impatti ambientali significativi legati a packaging, consumo di risorse naturali, perdita di biodiversità e spreco alimentare.
Food & beverage, un settore ad alta intensità energetica
Nonostante il miglioramento degli indicatori ESG registrato negli ultimi anni, il comparto continua a occupare una posizione medio-bassa nelle classifiche di sostenibilità, soprattutto per la difficoltà di intervenire sulle emissioni indirette e sui processi produttivi più energivori.
Quali sono le attività che consumano più energia nel food & beverage? Risponde Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis, EPC contractor ed ESCo specializzata nell’efficienza energetica industriale, spiega:
Perché il settore food & beverage è considerato particolarmente energivoro?
«Il fabbisogno energetico del settore è molto elevato. Le attività principali, come trasformazione, refrigerazione, conservazione e logistica a temperatura controllata, richiedono grandi quantità di energia e continuità operativa. La trasformazione alimentare rappresenta la principale fonte di emissioni, con una media del 30,5% del totale e picchi che raggiungono il 52% in Francia e il 47,8% in Italia. Nei comparti lattiero-caseario e della carne incidono in modo rilevante i processi termici e la gestione della catena del freddo, mentre nel settore bakery i forni industriali, spesso alimentati a gas, rappresentano uno dei principali driver energetici e risultano difficili da elettrificare nel breve periodo».
Negli ultimi anni si sono registrati progressi sul fronte dell’efficienza energetica?
«Sì. Anche nel settore food & beverage si osserva una progressiva riduzione dell’intensità energetica, in linea con il trend europeo di miglioramento dell’efficienza industriale. I dati evidenziano riduzioni significative dei consumi specifici grazie a interventi di efficientamento, recupero del calore e digitalizzazione dei processi».
Recupero del calore: la grande energia ancora sprecata
Tra le opportunità più concrete per accelerare la transizione energetica del comparto emerge il recupero del calore di scarto, una risorsa spesso sottoutilizzata ma con un elevato potenziale di riduzione dei consumi.
Durante le fasi di trasformazione alimentare, dalla pastorizzazione alla cottura fino ai processi di essiccazione, una quota significativa dell’energia impiegata viene dispersa attraverso fumi, acque di processo e impianti di refrigerazione.
Quali interventi possono generare benefici immediati in termini di efficienza energetica?
«Accanto a interventi più strutturali, come l’elettrificazione dei processi e l’adozione di fonti rinnovabili, una delle opportunità più concrete è il recupero del calore di scarto. Nei processi di trasformazione alimentare una quota significativa dell’energia utilizzata viene dispersa sotto forma di calore nei fumi, nelle acque di processo o negli impianti di refrigerazione. Si tratta di energia già pagata dall’azienda ma non valorizzata. Attraverso sistemi di scambio termico e tecnologie dedicate, questo calore può essere riutilizzato per preriscaldare fluidi, alimentare altri cicli produttivi o ridurre il fabbisogno energetico complessivo dello stabilimento».
Nonostante il potenziale, l’adozione di queste tecnologie resta ancora limitata, soprattutto tra le piccole e medie imprese, spesso frenate dagli investimenti iniziali e dalla complessità di integrazione negli impianti esistenti.
Il vero problema è lo Scope 3: l’88% delle emissioni arriva dalla filiera
Se la riduzione dei consumi energetici rappresenta una sfida importante, la vera frontiera della decarbonizzazione si trova oltre i cancelli degli stabilimenti.
Le emissioni dirette (Scope 1) e quelle legate all’energia acquistata (Scope 2) rappresentano infatti solo il 12% delle emissioni complessive del settore. L’88% è invece riconducibile allo Scope 3, cioè alle emissioni generate lungo tutta la catena del valore.
Ancora più significativo è il fatto che circa il 73% delle emissioni complessive derivi dalla produzione agricola delle materie prime.
Quali sono le principali criticità legate alle emissioni di filiera?
«Questi dati dimostrano che per comprendere realmente l’impatto climatico del settore è necessario guardare oltre i confini industriali. Nel comparto lattiero-caseario e della carne, le emissioni derivanti dagli allevamenti, in particolare quelle legate al metano e alla gestione dei mangimi, rappresentano la componente dominante. Sono livelli emissivi talmente elevati da risultare comparabili a quelli prodotti complessivamente dai Paesi dell’Unione Europea, Regno Unito incluso. Anche nel settore bakery il peso maggiore si concentra nella fase agricola: la coltivazione dei cereali genera oltre la metà delle emissioni dell’intera filiera, con un contributo particolarmente rilevante derivante dall’utilizzo di fertilizzanti azotati».
Le differenze tra carne, lattiero-caseario e bakery
L’analisi dei diversi sottosettori evidenzia livelli di maturità differenti nel percorso di sostenibilità.
Il comparto lattiero-caseario mostra generalmente una maggiore integrazione della filiera e risultati più avanzati negli indicatori ESG. Il settore della carne continua invece a rappresentare uno degli ambiti più complessi da decarbonizzare, a causa dell’elevata intensità emissiva degli allevamenti e della difficoltà di trasformare rapidamente le pratiche agricole.
Il bakery presenta emissioni inferiori rispetto alla carne, ma resta fortemente esposto sia alla volatilità dei costi energetici sia all’impatto ambientale della produzione agricola delle materie prime.
Innovazione e agricoltura rigenerativa per accelerare la transizione
La decarbonizzazione del food & beverage non può limitarsi all’efficientamento energetico degli impianti. Richiede una revisione complessiva della catena del valore, dall’approvvigionamento delle materie prime fino al consumo finale.
Le tecnologie disponibili offrono già oggi strumenti concreti per accelerare il cambiamento: elettrificazione dei processi termici, pompe di calore industriali, recupero del calore di scarto, sistemi avanzati di gestione energetica e digitalizzazione dei processi.
Parallelamente, il principale margine di riduzione delle emissioni si trova nelle filiere agricole, attraverso pratiche di agricoltura rigenerativa e modelli produttivi in grado di diminuire l’impronta carbonica delle materie prime.
A spingere il cambiamento contribuisce anche il mercato. I consumatori mostrano una crescente attenzione verso l’impatto ambientale degli alimenti e orientano sempre più le scelte delle aziende.
Rimangono però ostacoli rilevanti: la difficoltà di accesso ai finanziamenti per le PMI, la carenza di standard affidabili lungo le filiere globali e il delicato equilibrio tra sostenibilità, competitività economica e sicurezza alimentare.
Decarbonizzazione e futuro
La partita della decarbonizzazione del food & beverage si giocherà proprio sulla capacità di superare questi nodi.
Per dimensioni, complessità e impatto ambientale, il comparto rappresenta oggi uno dei test più significativi della transizione energetica globale. Se riuscirà a trasformarsi, potrà diventare un modello per l’intero sistema industriale europeo.
a cura di Redazione Italian Gourmet


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