Grande Cucina

Il talento non basta. Non è mai bastato

Il talento resta un punto di partenza. Ma da solo non basta. Serve un sistema che sappia riconoscerlo, formarlo e dargli tempo.

Da anni parliamo di talento. Lo cerchiamo nelle cucine, nelle sale, nelle scuole, nei concorsi. Lo riconosciamo in un piatto, in un gesto, nella capacità di un giovane professionista di mostrare una sensibilità propria quando altri stanno ancora cercando una direzione.

Anche il Grande Cucina Talent Prize è nato da questa idea. Accendere i riflettori sui giovani che hanno qualcosa da dire, prima che diventino nomi conosciuti.

Dopo cinque edizioni è arrivato il momento di porci una domanda diversa. La prossima edizione si terrà il 9 novembre e una delle domande che ci porremo sarà proprio questa. Oggi basta davvero avere talento?

No. Non perché il talento abbia perso valore. Al contrario. Ma perché la ristorazione è diventata più complessa e richiede molto più della capacità tecnica o della creatività.

Ho visto giovani molto dotati crescere velocemente. Altri, altrettanto dotati, fermarsi. Alcuni trovare quasi subito il contesto giusto, altri impiegare anni. Avere talento e trasformarlo in un percorso sono due cose molto diverse.

Il talento può essere intuito, sensibilità, tecnica, curiosità. Poi servono metodo, disciplina, cultura, capacità di lavorare con gli altri. Serve imparare a gestire un errore. E serve soprattutto tempo.

Non è solo questione di talento

Alcuni giorni fa mi è capitato di partecipare a una tavola rotonda presso la FIPE, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi, a Roma. Anche in quell’occasione è emerso il tema del talento, insieme a molti altri che lo riguardano.

Il primo tema, arrivato dal presidente della federazione, è stato l’attrattività del settore. Oggi la ristorazione fatica ad attirare persone. Pesano i contratti, troppi. Pesano le regole d’ingaggio. Servono prospettive e valore per questi mestieri, e percorsi chiari di crescita professionale. Insegnare serve, ma agli imprenditori manca il tempo per farlo.

Dal mio osservatorio vedo tre temi su tutti. La formazione, l’attrattività e i modelli imprenditoriali. C’è stato un tempo in cui gli stagisti non solo non guadagnavano, ma pagavano per fare lo stage. Anche la formazione come mestiere è poco attrattiva. E per molte aziende è solo tempo e costi.

Parliamo di giovani, ma oggi nel settore entrano persone di ogni età, dai 18 ai 55 anni.

Altri interventi sono andati nella stessa direzione. Oggi non basta imparare un metodo o un mestiere. Serve cultura. I giovani hanno valori diversi da quelli di una volta. E non bastano più la sola passione e il solo talento.

Tornava spesso una parola. Valore. Il valore dei mestieri, della cultura, del servizio e del suo prezzo.

Sono temi che toccano da vicino anche il Talent Prize. Perché riconoscere un talento è solo l’inizio.

Essere visibili non significa essere pronti

Negli ultimi anni abbiamo accelerato troppo alcuni percorsi. La comunicazione, i social, i riconoscimenti e la stessa attenzione mediatica possono trasformare in fretta un giovane promettente in un professionista esposto e conosciuto.

È una grande opportunità. Ma può diventare anche una distorsione.

Essere visibili non significa essere pronti.

Un cuoco non si costruisce in una stagione. Un maître non diventa tale perché a venticinque anni ha ricevuto un riconoscimento. Un pasticcere può avere una tecnica straordinaria e avere ancora bisogno di costruire cultura, leadership e capacità di gestire una squadra.

Non è un limite. È il percorso naturale della crescita.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità di chi il talento lo cerca, lo racconta e qualche volta decide di accendere un riflettore. Dare visibilità non dovrebbe significare illuminare qualcuno per una sera. Dovrebbe significare osservarne il percorso, continuare a raccontarlo, creare occasioni di confronto e metterlo in relazione con professionisti più esperti.

Quando abbiamo pensato al Grande Cucina Talent Prize, non volevamo costruire una semplice competizione. L’idea era mettere giovani professionisti davanti ad alcuni dei protagonisti della ristorazione italiana e creare un confronto. Volevamo dare attenzione a chi la meritava prima ancora della notorietà.

Grande Cucina Talent Prize 2025 vincitrice

Oggi dobbiamo fare un passo in più. Se vogliamo parlare seriamente di talento, dobbiamo occuparci di quello che viene dopo. Dove saranno questi ragazzi tra uno, due, tre anni? Quali esperienze avranno fatto? Chi li avrà accompagnati? Quali responsabilità si saranno assunti? Saranno diventati professionisti migliori, non soltanto più conosciuti?

C’è poi un altro punto. Per troppo tempo, parlando di talento nella ristorazione, abbiamo guardato quasi solo alla cucina. Ma un ristorante non vive di sola cucina.

Il talento è anche in sala, in pasticceria, nell’accoglienza, nella capacità manageriale. È nella sensibilità di chi sa leggere un tavolo, come in quella di chi costruisce un piatto. Un ristorante non è la somma di singole individualità. È un sistema in cui competenze diverse devono lavorare insieme.

Una responsabilità condivisa

Un sistema si costruisce insieme. E oggi a molti giovani mancano gli appoggi. Mancano istituzioni che sostengano chi vuole fare impresa. E in Italia la burocrazia pesa troppo. Frena anche i più coraggiosi.

Non abbiamo bisogno soltanto del prossimo nome da celebrare. Abbiamo bisogno di professionisti capaci di costruire il futuro della ristorazione.

Per questo serve una responsabilità condivisa. Delle scuole che formano. Degli chef che guidano le brigate. Degli imprenditori che investono. Delle associazioni che rappresentano il settore. Delle aziende che possono creare opportunità. E delle istituzioni che devono semplificare e sostenere. Ma anche di noi giornalisti, perché siamo noi a scegliere a chi e a cosa dare attenzione.

Il talento da solo non basta. Ma resta un punto di partenza straordinario.

Se intorno c’è un sistema capace di riconoscerlo senza bruciarlo, di dargli tempo senza dimenticarlo, di offrirgli opportunità senza scorciatoie, quel talento diventa professionalità.

Dare valore al talento è importante. Creare le condizioni perché cresca lo è ancora di più.

Il settore ha giovani capaci e voglia di costruire. Adesso tocca a noi mettere in piedi il sistema che serve.

In apertura: immagine Adobe Stock

a cura di Federico Lorefice