Da direttore di una rivista che racconta la ristorazione professionale e da fondatore di un ente di formazione, credo che sul tema della brigata di cucina serva più lucidità. La scorciatoia più diffusa è questa: la brigata è vecchia, quindi va superata. È una lettura comoda, ma incompleta.
Qualche mese fa il caso Noma ha riacceso un faro su un tema che nel settore torna ciclicamente. Le discussioni si moltiplicano, i titoli anche. Poi il rumore si abbassa e si ricomincia come prima.
Chi forma chi guida una brigata?
Io questo lo dico da anni: chi forma il formatore? È una domanda che nel mondo della ristorazione resta quasi sempre senza risposta. Si investe sulla tecnica, sul prodotto, sulla creatività. Si investe pochissimo, invece, su chi deve guidare una brigata.
Eppure è lì che si gioca una parte decisiva del futuro della cucina professionale: nella capacità di gestire un team, trasmettere autorevolezza e costruire leadership senza trasformarla in pressione.
Finché quella domanda resterà senza risposta, il dibattito tornerà. Puntuale. Ogni volta che un caso porterà il tema in superficie.
La brigata di cucina funziona. Il problema è come viene guidata
Una cucina professionale ha bisogno di ruoli, ordine e responsabilità chiare. Durante un servizio non si può discutere tutto. Non si può improvvisare. Chi conosce davvero questo mestiere lo sa: senza metodo, una cucina va fuori controllo.
Il punto è un altro. Per troppo tempo abbiamo confuso il comando con l’autoritarismo. La disciplina con la paura. La formazione con la resistenza alla sofferenza.
La brigata di cucina funziona quando è guidata con competenza, metodo e rispetto. Fallisce quando la gerarchia diventa cieca e quando l’autorità si trasforma in abuso.
Il mito del sacrificio in cucina non regge più
L’alta cucina ha costruito parte della propria mitologia sull’idea del sacrificio. Ore infinite, pressione continua, giovani che devono “farsi le ossa”, chef intoccabili.
È una narrazione che oggi non regge più. Non perché la cucina sia diventata facile. La cucina resta un mestiere duro, fisico, preciso. Ma una cosa è la durezza del mestiere. Un’altra è trasformare quella durezza in abuso.
Chi urla non sta formando. Sta perdendo il controllo. Chi umilia non sta difendendo lo standard. Sta mostrando un limite. Chi consuma le persone e poi parla di eccellenza non ha capito un punto essenziale: l’eccellenza, se distrugge chi la produce, è solo una cattiva impresa con un bel piatto davanti.
I giovani in cucina: il problema è davvero la loro voglia?
Lo dico da persona che lavora nella formazione da oltre vent’anni. Oggi i ragazzi arrivano con fragilità diverse, aspettative diverse, strumenti diversi. A volte manca resistenza. A volte c’è troppa imitazione e poca ricerca personale.
Ma liquidare tutto con “non hanno voglia” è troppo facile. La domanda vera è un’altra: noi adulti del settore siamo ancora capaci di formarli?
Siamo capaci di trasmettere rigore senza violenza? Di insegnare la fatica senza trasformarla in punizione? Di costruire leadership e non solo talento tecnico?
Ne ho parlato con Raffaele Lenzi, chef del ristorante Il Sereno al Lago di Como, che richiama l’attenzione sulla responsabilità di chi guida una squadra e sulla necessità di non confondere l’eccellenza con la pressione continua.
«In cucina si può essere esigenti e anche duri, ma senza mai uscire dal binario del rispetto. Oggi guidare una brigata significa prima di tutto gestire persone diverse tra loro. Quello che per qualcuno è resilienza, per un altro può essere sacrificio. Il parametro dello stress non è uguale per tutti. Per questo, oltre alla tecnica, servono ascolto, sensibilità e rispetto. Ed è anche per questa ragione che investo molto tempo nei colloqui, chi sta al mio fianco se un giorno andrà via o andrò via io, deve ereditare qualcosa».
La brigata fallisce quando manca cultura manageriale
Non basta formare cuochi bravi. Bisogna formare capi partita, sous chef, chef e imprenditori capaci di gestire persone.
La brigata non fallisce perché ha una gerarchia. Fallisce quando chi sta in alto non ha cultura manageriale. Il comando moderno non può dipendere dal carattere dello chef. Deve dipendere da competenza, metodo e responsabilità.
Il capo non è chi alza la voce. È chi fa funzionare il sistema. Non è chi pretende sacrifici. È chi sa distribuire il carico. Non è chi si prende tutti i meriti. È chi costruisce persone più forti e più consapevoli.
Una visione condivisa anche da Roberto Carcangiu, consulente, formatore e Presidente APCI, che vede nel caso Noma il segnale di un cambiamento ormai inevitabile per tutta la professione.
«Il caso Noma ha semplicemente mostrato qualcosa che nel settore esiste da tempo, la differenza è che qualcuno ha avuto il coraggio di parlarne. Il mondo della cucina cambierà in modo importante e non potrà più essere quello di prima. Lo chef del futuro dovrà avere competenze molto più ampie della sola tecnica, guidare una brigata richiederà preparazione, metodo e capacità di gestire persone, non soltanto di cucinare bene».
Il benessere in cucina è anche una questione d’impresa
Il benessere in cucina costa. Costa in personale, turni, organizzazione, prezzi più coerenti, menu più intelligenti.
Ma costa anche il contrario. Costa il turnover, l’errore, la perdita di talenti, la reputazione, la fatica di ricominciare ogni stagione con una squadra da ricostruire.
Per questo il tema della brigata non è solo una questione morale. È una questione d’impresa. Quanti coperti può sostenere una cucina senza bruciare la squadra? Il menu è pensato anche per chi lo esegue ogni giorno? Il prezzo tiene conto del costo del lavoro? I giovani stanno imparando un mestiere o stanno solo sopportando un rito di passaggio?
Sono domande scomode. Ma una testata di settore deve porle. E una scuola deve preparare le nuove generazioni ad affrontarle.
La brigata va salvata
La brigata resta uno dei modelli più efficaci per trasformare il talento individuale in risultato collettivo. Ma deve essere una struttura professionale, non una catena di comando cieca.
Deve mantenere ruoli, precisione, metodo. Deve perdere arroganza, silenzi imposti e culto della paura.
La cucina del futuro non sarà senza gerarchie. Sarà con gerarchie più adulte, meno teatrali, meno dipendenti dall’umore dello chef. Più leggibili, più sostenibili, più giuste.
La disciplina serve. La paura no. Il sacrificio può esistere. L’abuso no.
La brigata di cucina può avere ancora un futuro. Ma solo se chi la guida capisce che comandare non significa dominare. Significa assumersi la responsabilità delle persone, non solo dei piatti.
Foto: Adobe Stock
a cura di Federico Lorefice



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