C'è un angolo di Siracusa che negli ultimi anni ha cambiato volto: lo Sbarcadero, il porticciolo affacciato su Ortigia che fino a poco tempo fa era soprattutto un parcheggio.
Qui, quando ancora pochi ci credevano, ha aperto Medité, pizzeria e ristorante nato dall’esperienza della pizzeria Schiticchio di Ortigia.
La proposta di Medité parte dalla Sicilia ma guarda lontano: pizza contemporanea, tapas da condividere, piatti di carne e influenze che arrivano dall’Asia come dal Brasile. Al centro di tutto c’è un’idea semplice, racchiusa già nel nome: il cibo come occasione di incontro.
Abbiamo intervistato Federico Iacono, responsabile di Medité, per farci raccontare com’è nato il progetto, come viene costruito il menù, chi sono le persone che lo fanno funzionare ogni giorno e quali sono le sfide che lo attendono.
Intervista a Federico Iacono di Medité
Come nasce Medité?
Per parlare della nascita di Medité è doverosa una premessa: Medité è, a tutti gli effetti, figlio della pizzeria Schiticchio di Ortigia.
La posizione di Schiticchio, nel cuore di Ortigia, ci ha sempre dato il privilegio di avere una clientela prevalentemente turistica. È stato quindi naturale costruire la nostra proposta dando voce e spazio alle eccellenze che il nostro splendido territorio produce. Una filosofia che ci ha regalato tanto e che per molti anni ci ha rappresentato pienamente, ma che con il tempo abbiamo sentito diventare un po’ stretta.
È proprio da questa esigenza che nasce Medité: dalla volontà di uscire da Ortigia, non soltanto fisicamente ma anche metaforicamente.
Abbiamo scelto un luogo affacciato su uno splendido porticciolo, fuori dal circuito di Ortigia e, fino a pochi anni fa, frequentato soprattutto da una clientela locale. L’idea era creare una proposta capace di partire dal nostro territorio per andare oltre i suoi confini, aprendosi alle tradizioni, ai sapori e alle culture gastronomiche di tutto il mondo.
Medité nasce quindi con l’ambizione di raccontare la Sicilia e, allo stesso tempo, di guardare oltre la Sicilia: una cucina che parte dalle nostre radici, ma che non vuole smettere di esplorare.
Che cosa significa il nome Medité?
Riprenderei il concetto da cui siamo partiti: quello di una cucina che non vuole smettere di esplorare.
Se guardiamo al luogo in cui nasce Medité, ci troviamo in un porto, al centro del Mediterraneo. E il Mediterraneo, storicamente, è stato il punto d’incontro di culture e civiltà diverse: un luogo in cui popoli, tradizioni e influenze si sono incontrati e contaminati per secoli, anche e soprattutto dal punto di vista gastronomico.
Il nome Medité nasce proprio da qui. È un omaggio al nostro mare, celebrato come il grande mezzo attraverso il quale culture e tradizioni si sono incontrate e grazie al quale la nostra cucina è diventata così ricca, complessa e variegata.
Concettualmente, abbiamo preso questo principio e lo abbiamo esteso oltre il Mediterraneo, aprendoci alle cucine e alle tradizioni gastronomiche di tutto il mondo. Medité vuole essere un punto d’incontro tra culture diverse, proprio come lo è stato il Mediterraneo nel corso della storia.
C’è poi un altro significato, per noi altrettanto importante. Uno dei concetti cardine di tutto il progetto è sempre stata la condivisione: il nostro menù ha una forte vocazione alla convivialità e molti piatti sono pensati proprio per essere condivisi.
Per questo nel nome Medité ci piace sentire anche quel “me e te”: due persone che si incontrano, condividono e stanno insieme. È un piccolo gioco fonetico che racchiude un’idea per noi molto grande: il cibo come strumento di incontro e condivisione.
Come avete scelto la location allo Sbarcadero?
La scelta della location, dobbiamo riconoscerlo, è stata un vero e proprio atto di lungimiranza.
Lo Sbarcadero, nome con cui è conosciuto localmente il porticciolo in cui ci troviamo, per molti anni è stato considerato poco più di un parcheggio a servizio del centro storico: scarsamente illuminato di notte, poco frequentato e certamente lontano dall’essere percepito come una delle zone più attrattive della città.
Noi, però, abbiamo saputo guardare oltre queste criticità, riconoscendo fin da subito lo straordinario potenziale paesaggistico e la posizione strategica di questo luogo. Paradossalmente, all’inizio la presenza di un vasto parcheggio era per noi un importante punto di forza, soprattutto considerando la crescente congestione e le difficoltà di accesso che il centro storico di Ortigia stava già iniziando a manifestare.
Abbiamo quindi scommesso su un luogo ancora poco valorizzato, convinti che prima o poi la città ne avrebbe riscoperto la bellezza e la centralità.
Oggi, a distanza di anni, possiamo dire che quell’intuizione si è rivelata vincente. Grazie agli interventi di riqualificazione urbana completati nel 2026, lo Sbarcadero ha cambiato completamente volto: il vecchio parcheggio ha lasciato spazio a una grande piazza pedonale, con una luminosa pavimentazione in pietra chiara, panchine, alberi e numerose aree verdi.
Un cambiamento che ha restituito alla città uno dei suoi affacci sul mare più suggestivi e che ci rende particolarmente orgogliosi di aver creduto nel potenziale di questo luogo quando ancora in pochi riuscivano a immaginarne il futuro.

Come definite la vostra pizza?
La nostra pizza nasce dall’esperienza di Schiticchio, da cui ereditiamo la passione per la panificazione e l’attenzione alla qualità, ma dalla quale abbiamo voluto consapevolmente differenziarci, costruendo una nostra identità.
Oggi proponiamo una pizza in stile contemporaneo, frutto di un percorso di ricerca e sperimentazione che unisce tecnica, creatività e valorizzazione delle materie prime.
Quali criteri guidano la selezione degli ingredienti e dei fornitori?
Un ruolo fondamentale nella selezione delle materie prime è svolto dai nostri fornitori partner, con i quali collaboriamo ormai da anni. Tra questi mi sento di citare D’Ago Eccelsi Cibi, realtà che si distingue per la costante ricerca di prodotti di eccellenza e per la capacità di proporci nuove referenze, coinvolgendoci attivamente nella loro scoperta e degustazione.
Il nostro processo di selezione segue principalmente due strade. A volte partiamo dall’idea di valorizzare uno specifico ingrediente all’interno del menù e avviamo una ricerca mirata insieme ai nostri partner, coinvolgendo quando necessario piccoli produttori specializzati.
Altre volte, invece, è proprio grazie alla nostra rete di fornitori che scopriamo prodotti straordinari, capaci di ispirare nuove proposte gastronomiche.
È quindi uno scambio continuo, in cui la ricerca della qualità incontra la curiosità e la voglia di sperimentare.
Com’è strutturato il menu e che ruolo ha la pizza rispetto alla cucina?
Il nostro menu si apre con una selezione di fritture e tapas pensate per la condivisione, per poi svilupparsi in due grandi anime: la cucina e la pizza.
La proposta di cucina segue la stagionalità: d’estate c’è una sezione dedicata alle insalate e ai piatti vegetariani freschi, che nei mesi più freddi lascia spazio a zuppe e vellutate. A questa si affianca una selezione di piatti di carne e di burger, anch’essa in continua evoluzione secondo le stagioni.
La sezione pizzeria si articola in diverse categorie: le varianti della Margherita, le pizze dell’orto dedicate al mondo vegetale, le classiche, le gourmet e una piccola selezione di pizze al padellino.
Una menzione particolare meritano anche i nostri dolci, tutti rigorosamente di produzione propria.
Ad oggi la pizza rappresenta circa il 70% delle nostre vendite e si conferma protagonista del progetto, mentre la cucina ne completa e arricchisce l’identità, permettendoci di offrire un’esperienza gastronomica più ampia e versatile.
Che equilibrio cercate tra pizze classiche e proposte originali?
Per noi le pizze classiche sono fondamentali. Sono quelle che tutti conoscono, che i clienti cercano e sulle quali si gioca la parte più importante del nostro lavoro. Le gourmet, invece, sono quelle che ci permettono di raccontare chi siamo, di esprimere la nostra creatività e di dare un senso a tutto il lavoro di ricerca che facciamo sulle materie prime e sui fornitori.
Mi piace fare un paragone con il mondo delle automobili: le classiche sono il motore, mentre le gourmet sono il design, le rifiniture e tutti quei comfort che rendono speciale un’auto. Con un buon motore puoi andare ovunque, ma se aggiungi tutto il resto il viaggio diventa decisamente più bello.
Ecco, per noi il rapporto tra classiche e gourmet è proprio questo: le prime sono la solidità del nostro lavoro, le seconde ciò che ci permette di distinguerci e di raccontare qualcosa di nostro.

Quali sono i tre piatti da provare alla prima visita?
Domanda difficile, perché sono affezionato a tanti dei nostri piatti.
Partirei dalle tapas, con i nostri bao al pulled pork: un piatto di ispirazione asiatica che secondo me rappresenta bene il nostro lato più creativo e la voglia di sperimentare.
Per la carne, invece, non avrei dubbi: la nostra picanha, un taglio simbolo della tradizione brasiliana. È un piatto a cui tengo particolarmente, anche perché dietro c’è una storia fatta di ricerca, tentativi e assaggi: ci sono voluti quasi due anni per trovare un fornitore che ci desse esattamente il prodotto che avevamo in mente.
Infine, tra le pizze, sceglierei la Nero dei Nebrodi, con caciocavallo ragusano e guanciale di suino nero. È una delle mie preferite in assoluto, una di quelle pizze che, pur avendo la possibilità di assaggiarne continuamente di nuove, finisco sempre per ordinare.
Mi piace anche sottolineare come questi tre piatti raccontino tre culture gastronomiche molto diverse: quella asiatica, con il bao di origine cinese ma molto presente anche nella cucina contemporanea giapponese; quella brasiliana, con la picanha; e infine quella italiana, con la pizza.
Credo che sia proprio uno degli aspetti che ci rappresentano meglio: ci piace guardare oltre i confini della nostra tradizione, prendere ispirazione da culture diverse e reinterpretarle attraverso il nostro gusto e la nostra idea di cucina, senza mai dimenticare le nostre origini.
Chi sono le persone chiave dietro Medité?
In sala il merito più grande va senza dubbio a Gabriele, che dirige la squadra in maniera esemplare e gestisce tutta la parte degli ordini e delle forniture. Abbiamo poi la fortuna di poter contare su ragazzi che sono con noi da anni, con i quali siamo cresciuti professionalmente e umanamente. A loro dobbiamo gran parte del nostro successo e, sinceramente, non credo esistano parole sufficienti per ringraziarli come meritano.
In cucina il protagonista è Claudio, probabilmente la persona che ha avuto la crescita più sorprendente di tutte. In pochi anni è passato dall’essere un semplice aiuto pizzaiolo a diventare il vero pilastro della nostra cucina. Un percorso che racconta meglio di tante parole il valore delle persone su cui abbiamo deciso di investire.
E infine ci sono io, che rispondo a queste domande e che, permettetemi, qualche merito me lo prendo! Soprattutto quello di aver costruito questa squadra e dato forma all’identità gastronomica di Medité.
Perché alla fine le idee contano, ma sono le persone a trasformarle in realtà. E la nostra vera forza è proprio questa squadra.
Qual è oggi la sfida imprenditoriale più importante per Medité?
Per me la sfida più grande oggi è senza dubbio la sostenibilità. E non parlo soltanto di quella ambientale, della scelta di fornitori responsabili o di materie prime a basso impatto. Parlo di qualcosa che personalmente mi sta ancora più a cuore: la sostenibilità del lavoro e il benessere delle persone.
Vorrei che Medité fosse un posto in cui le persone non vengono a lavorare soltanto per uno stipendio, ma dove possono sentirsi bene, lavorare con serenità, avere orari dignitosi e immaginare un futuro professionale.
Non è semplice, e sarei poco sincero se dicessi che ci siamo già riusciti del tutto. La ristorazione è un settore impegnativo, fatto di sacrifici, imprevisti e ritmi spesso difficili da conciliare con la vita privata. Ma credo che proprio per questo sia necessario cambiare mentalità.
Troppo spesso ci concentriamo su fatturati, margini e crescita, dimenticando che dietro ogni azienda ci sono delle persone. E io, prima ancora di far crescere Medité nei numeri, vorrei riuscire a farlo crescere come ambiente di lavoro.
Perché alla fine il successo di un ristorante non dovrebbe misurarsi soltanto da quanto riesce a guadagnare, ma anche da quanto stanno bene le persone che ogni giorno contribuiscono a farlo funzionare.
a cura di Redazione Italian Gourmet



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