Ci sono serate che non sono solo eventi. Sono un termometro. Ieri sera ero alla Triennale per la Cena di Gala de Le Soste. E lo dico subito. Per me non è mai solo una cena. È uno di quei momenti in cui il settore si guarda negli occhi e capisce, anche senza dirlo, che fase sta attraversando.
Le Soste non sono un club. Da oltre quarant’anni sono un’associazione di categoria. E quando un’associazione così mette insieme chef, partner, istituzioni e cultura, non sta facendo scena. Sta facendo sistema. Che oggi è una parola abusata, ma qui si vede cosa vuol dire davvero. E con Oldani presidente, il cambio di passo è evidente.
Il tema di quest’anno è Cucina Internazionale Italiana. E mi piace perché non è uno slogan. È una domanda aperta. Che tipo di cucina italiana vogliamo far girare nel mondo? Quella copiata male o quella che regge anche quando cambia lingua, contesto, mercato?
La cena di gala alla Triennale

La brigata è stata pensata con una logica precisa. Oldani e Uliassi insieme a Troisgros e Alléno, con Bombana a rappresentare quella cucina italiana che vive e lavora all’estero senza perdere identità. È un incastro che parla di mercato, di reputazione e di come l’Italia può essere internazionale senza diventare generica.
Poi c’è Alain Ducasse. Associato Le Soste da più di trent’anni. La sua presenza non è una foto da incorniciare. È un segnale di continuità. In un mondo dove tutti corrono dietro alla prossima cosa, qui ogni tanto si torna a parlare di tempo lungo. E fa bene.
Mi interessa anche l’idea che questa cena tenga insieme cucina e cultura senza forzature. Velasco Vitali ha firmato la copertina del Libro Le Soste 2026, rileggendo il logo storico ideato da Emilio Tadini. Non è arte per fare atmosfera. È identità. E oggi l’identità, nel nostro lavoro, è un tema serio. Anche economico.
Sul palco sono intervenuti Stefano Boeri e il Ministro Francesco Lollobrigida. E al netto delle frasi di rito, il punto è uno. La cucina italiana non è più solo un racconto bello da ascoltare. È una leva strategica. Per turismo, filiera, reputazione. E per il modo in cui il Paese si presenta fuori. Poi ci sono i premi.E se li leggi bene, raccontano dove stanno andando le priorità.
I premiati da Le Soste

Il Premio alla Formazione a Valeria Piccini. Seguono il Premio Franco Ziliani all’Innovazione ad Antonia Klugmann e il Premio Colombani al Miglior Sommelier a Lukas Gerges. Ancora il Premio all’Ospitalità di Sala a Manuel Tempesta e il quello per Cuoco dell’Anno a Giancarlo Perbellini. Premio La Sosta a Umberto Bombana.
Anche qui, la cosa interessante non è chi ha vinto. È cosa viene messo al centro. Non solo il piatto. Anche la sala, la formazione, il metodo. Finalmente.
Il Premio Le Soste Città di Milano è andato a Lino Stoppani, alla Famiglia Barilla e a Giuliano Sangiorgi. E pure questo, se vuoi, è un messaggio. Milano come incrocio tra impresa, rappresentanza e cultura.
E oggi, a mente fredda, mi porto via una cosa. Il punto non è raccontare cosa si è mangiato. È capire cosa si è visto. La cucina italiana oggi è un riferimento internazionale. Il rischio però è sempre lo stesso. Diventare una formula.
Il valore sta nel contrario. Restare identitari. E lavorare su formazione, sala, standard, visione. Serate così servono anche a questo. A ricordare che la reputazione non si costruisce in una stagione. Si costruisce con anni di coerenza.
a cura di Federico Lorefice


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