A Vinitaly il vino resta il centro di tutto, ma il messaggio, ormai chiarissimo, è che senza cucina il racconto resta incompleto, quindi non basta più.
Non semplice servizio di supporto, dunque, ma una vera e propria infrastruttura gastronomica che attraversa i padiglioni di Vinitaly 2026 ma anche format e linguaggi diversi. In altre parole: qui si beve, certo, ma soprattutto si mangia per capire cosa si sta bevendo.
La Gourmet Experience di Vinitaly 2026
Il perno è la Vinitaly’s Gourmet Experience, che organizza l’offerta in un sistema coerente, quindi dal fine dining allo street food. Non una somma di punti ristoro, ma piuttosto un percorso pensato per accompagnare degustazioni e incontri con abbinamenti concreti, immediati e, spesso, più efficaci di tante parole.
Il livello più strutturato è quello del Ristorante d’Autore di Campagna Amica – La Casa della Cucina Italiana (Palaexpo, piano 1), progetto costruito con Coldiretti, Campagna Amica e Terranostra. Qui la cucina diventa una dichiarazione di filiera: il 12 aprile apre Ciro Scamardella, il 13 Riccardo Monco, il 14 entra in scena il progetto Tortellante sostenuto da Massimo Bottura, mentre il 15 chiudono i Cuochi Contadini. Tradizione, sostenibilità e lotta allo spreco sono quindi le parole chiave, con una regia chiara: il cibo come estensione naturale del lavoro agricolo.
Accanto, il Ristorante Momenti d’Autore (galleria tra padiglioni 11 e 12) mette in campo la nuova generazione con Jeunes Restaurateurs: quattro giorni, quattro chef, quattro menu costruiti intorno a un piatto iconico. Qui il tono è meno istituzionale e più contemporaneo, ma il punto resta lo stesso: un dialogo stretto con il vino, senza rigidità.
Street food e format accessibili
Poi c’è la parte che intercetta davvero il pubblico: lo street food. A Vinitaly, infatti, raddoppia e si struttura. Nell’area I (di fronte al padiglione 11) JRE firma tre postazioni con giovani ristoratori, mixology e DJ set; mentre nell’area H (dopo il padiglione 5) si gioca sulla tradizione, con cucine romana, veneta e trentina. Più leggero, quindi, ma tutt’altro che casuale.
Sempre in area H trova spazio anche il ristorante di Piemonte Land, guidato da Davide Palluda, che porta in fiera una lettura netta della cucina piemontese.
Tra i progetti più centrati, inoltre, quello dell’Emilia-Romagna (padiglione 1) riesce a tenere insieme alta cucina e anima pop senza forzature. Protagonista Carlo Cracco, che firma due format distinti ma complementari: il ristorante “Cracco a Vinitaly”, con menu degustazione che attraversano la tradizione regionale tra memoria e interpretazione contemporanea, e la “Piadineria VistaMare”, dove la Piadina Romagnola IGP diventa un terreno di gioco serio tra Dop, Igp e combinazioni più libere. Due livelli diversi, quindi, ma un’unica idea: rendere leggibile un territorio.
Per chi ha meno tempo, invece, resta lo Speedy Goloso, versione dignitosa della pausa veloce, che in una fiera come questa fa la differenza.
Fuorisalone: Vinitaly and the City
Fuori dai padiglioni, però, è dove il discorso cambia davvero ritmo. Con Vinitaly and the City, il vino esce e si mescola alla città; qui, quindi, il food diventa più libero, meno codificato e spesso più interessante.
Tra gli appuntamenti da segnare, “Pigna in the City”, alla Trattoria La Pigna: niente effetti speciali, ma una formula che funziona sempre – vini selezionati e cucina locale in versione conviviale, all’aperto, nel centro storico. È il tipo di esperienza che spiega, meglio di qualsiasi masterclass, perché il vino, da solo, non basta.
E poi gli eventi gastronomici veri e propri, come “Il sapore delle radici”, dedicato alla cucina abruzzese tra pane, legumi e tradizione: meno spettacolo, quindi, ma più sostanza, ed è esattamente questo il punto del fuorisalone.
In generale, Vinitaly and the City funziona perché sposta tutto fuori dal linguaggio fieristico: degustazioni diffuse nelle piazze, stand come quello della Fiera del Riso e un format che mescola vino, street food e mixology in modo molto più diretto.
Il nuovo rapporto tra vino e ristorazione
Non è un dettaglio, ma piuttosto un segnale: il rapporto tra vino e ristorazione è ormai un tema strutturale, anche dal punto di vista economico. Lo dimostra il convegno del 13 aprile al Palaexpo “Il consumatore al centro. La nuova alleanza tra vino e ristorazione”, che segna un passaggio preciso: il vino fuori casa cresce meno da solo e molto di più quando è integrato nell’esperienza gastronomica.
Il dato chiave – emerso dalle prime analisi dell’Osservatorio FIPE-UIV – è che la scelta del vino al ristorante è sempre meno autonoma e sempre più guidata: carta vini, suggerimento del personale e abbinamento con il piatto incidono quindi in modo decisivo sulla spesa media. Tradotto: il vino vende di più quando è raccontato dentro un contesto, non quando è lasciato “in lista”.
Altro punto: cresce il peso della ristorazione come canale strategico per le cantine, soprattutto nella fascia medio-alta, mentre cala l’efficacia delle proposte non integrate, quindi vino senza racconto, senza pairing e senza esperienza.
Un sistema integrato
Il risultato, alla fine, è piuttosto chiaro. Vinitaly non è più solo una fiera del vino con qualcosa da mangiare intorno. È, invece, un sistema in cui il cibo serve a leggere il vino e, spesso, lo fa meglio. Perché, se devi orientarti tra centinaia di etichette, partire da un piatto ben pensato resta la scorciatoia più intelligente.


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