Dolci, Gelato e Maestri Pasticceri

Le donne in pasticceria: l’universo dimenticato

Non ci si può nascondere dietro un dito: le donne in pasticceria sono una nicchia. Non certo numericamente (circa la metà degli operatori è donna), ma qualitativamente: le donne in pasticceria, intese come imprenditrici, sono molte meno. E sono molte meno anche le donne “che contano” nei laboratori. Non diversamente da come accade in tutti gli altri settori, quando si tratta di ricoprire ruoli manageriali, non vengono praticamente prese in considerazione. Chi più chi meno, le donne in pasticceria sono state accolte con diffidenza, alcune con scherno, altre sono state addirittura vittima di una vera e propria discriminazione. Ma resistono. Lottano. Vanno dritte per la propria strada e, a volte, ricevono anche enormi soddisfazioni. Le ultime in ordine di tempo sono Debora Massari, Stella Ricci e Marta Boccanera, elette dagli utenti di The Fork  come le donne più influenti della pasticceria italiana. Eccovi quindi, in rigoroso ordine alfabetico, una carrellata di esperienze, di episodi divertenti o imbarazzati: uno spaccato in rosa direttamente dalla voce delle top pastry ladies.

SARA ACCORRONI,
Vincitrice del Mondial Des Artes Sucreés nel 2016

«Non posso dire di non aver subito atteggiamenti maschilisti durante il mio percorso professionale, in CAST ero soprannominata la Signorina Rottermaier, vuoi per la mia aria austera, vuoi per la mia determinazione, ma non ne ho comunque accusati di veramente pesanti. Mi ricordo, durante un corso serale, alcune barzellette molto volgari sulle donne: ero l’unica ragazza rimasta in aula, a fine corso, perché facevo l’assistente. Mi ricordo l’enorme imbarazzo provato, ma… taciuto. Sempre in CAST ricordo che una volta occorreva assegnare agli stagisti i corsi da seguire e mi fu detto che, prima di poter fare da assistente a un grande pasticcere, bisognava aspettare che i maschi finissero il loro turno. Solo allora, forse, sarebbe toccato anche a noi ragazze: un misto tra nonnismo e maschilismo che mi feci scivolare addosso, perché il mio obiettivo era studiare e imparare. A dire il vero il primo e unico giudizio veramente pesante fu quello di mio padre: mi diceva sempre che avevo scelto un lavoro da sguattera, perché per lui era inconcepibile lavorare quando gli altri si divertono, ma c’era di più. Mi disse: “Sei donna, questo è un lavoro pesante, difficile. Non puoi ambire a diventare capo pasticcera o puntare in alto, perché non è un mondo fatto per le donne. Poi, se diventi madre, diventi un problema ancora più grosso: chi ti assume se hai un figlio?” Quante volte ho sentito queste frasi… Stando accanto a Vittorio Santoro nella gestione di CAST Alimenti, però, ho avuto l’opportunità di crescere professionalmente e umanamente e di partecipare al Mondial Des Artes Sucrées, che in Francia hanno studiato proprio per valorizzare la figura delle donne in pasticceria. Le squadre, infatti, dovevano tassativamente essere formate da un uomo e da una donna. Per poter “funzionare” insieme, io e Bruno D’Angelis, abbiamo imparato a rispettarci, stimarci, avere fiducia l’uno dell’altra. Se questo accade, con un compagno – uomo o donna che sia – non si vince solo un mondiale, si vince “per la vita”».

MARTA BOCCANERA,
contitolare della Pasticceria Grué

«Sono titolare della Pasticceria Grué di Roma insieme al mio compagno Felice Venanzi e nel mio percorso di pasticceria, fortunatamente, non ho mai avuto problemi per il fatto di essere una donna. Nel senso che ho avuto tutte le possibilità di crescere professionalmente, anche se è inutile nascondersi dietro un dito. Ancora oggi le discriminazioni esistono. Ci sono associazioni che per molto tempo non hanno previsto la possibilità di far partecipare anche le donne. Fortunatamente alcune di queste hanno modificato il proprio regolamento. Le cose evidentemente stanno cambiando, ma capitano ancora degli episodi sporadici: per esempio molti interlocutori – clienti o fornitori – si rivolgono a Felice, anche se sono magari io a formulare una domanda, e magari è pure una domanda intelligente. Niente, loro continuano a rispondere a lui. Con Felice ci scherziamo su, ma è la realtà. In ogni caso, credo che le donne debbano impegnarsi a dare il meglio – come per altro già fanno – perché in questo lavoro è fondamentale anche il lato femminile, sia dal punto di vista del gusto estetico, sia da quello della versatilità. Anche il nostro palato è differente, me lo dice spesso anche Felice che è più sviluppato di quello maschile. Mi piacerebbe avere più donne in squadra (attualmente il team è composto al 50% da donne e al 50% da uomini), anche se devo rimarcare che alcune di loro usano la femminilità per evitare di portare a termine alcune incombenze. Io non lo farei mai, se devo spostare un impasto di 80 kg, piuttosto lo spezzo e faccio più viaggi, ma non accampo certo come scusa la mia femminilità. Non dico che occorra fare sforzi disumani, ma aguzzare l’ingegno per evitare di essere additate come troppo fragili. Sono fiduciosa, molte donne in pasticceria lo stanno capendo e prevedo un brillante futuro per tutte noi».

SILVIA FEDERICA BOLDETTI,
Pastry Queen 2016 e Maestra AMPI

«Chiunque di noi penso abbia subito qualche episodio di discriminazione e io non faccio eccezione. Quando facevo la stagista in CAST, quindi avevo appena iniziato a lavorare in questo settore, una volta un pasticcere si è rivolto ad un altro dicendo che in aula c’era una puttanella e… beh: c’ero solo io. A me la cosa non è che abbia mai toccato più di tanto, diciamo che si commentava e si commenta da sola. Un altro episodio importante, perché relativamente recente, è stato l’ostruzionismo di una persona a seguito del mio ingresso in AMPI. Per non parlare di quando nel 2016 ho vinto il Pastry Queen a Rimini. Uno dei commenti più ricorrenti era “chissà con chi sarà andata a letto (versione edulcorata, ndr) ”. “Sicuramente, non è merito suo”. Per non parlare dei commenti di alcuni pasticceri, magari anche con famiglia, che erano sicuri che mi avrebbero portato a letto e lo dicevano ai colleghi senza nessun tipo di vergona. Però questo genere di cose, purtroppo, succedono. Ci sono stati, però, anche episodi più leggeri. Devo, per esempio alla pasticceria il mio amore per… le automobili. Vivendo in un ambiente maschile, dovevo pur trovare un argomento di conversazione… che non fosse il calcio – che detesto – o il sesso. Così, ho optato per le macchine. Sono diventata una vera esperta e quando ne parlo, sono gli uomini a rimanere senza parole».

RITA BUSALACCHI, docente e consulente

«Io non ho mai notato una grande differenza tra maschio e femmina e nemmeno ho mai subito discriminazioni in questo senso, anzi ho fatto sempre squadra con tutti gli uomini con cui ho lavorato. Neppure mi è capitato di intercettare qualche commento negativo o strano sulla mia persona. All’inizio della mia esperienza in questo settore chiesi a Rossano Boscolo di entrare in Etoile. In seguito mi confessò che non era per niente d’accordo all’idea di inserire una donna in un team di stagisti tutto maschile, perché secondo lui le donne potevano creare un po’ di scompigli. Allo stesso tempo, però, volle credere in me e mi disse “Guarda, facciamo una prova. Tanto si vedrà subito di che pasta sei fatta: o muori subito o, in qualche giorno, ti mangi tutti gli uomini”. Ovviamente, si è avverata la seconda ipotesi. Dopo un mese che stavo lì, i miei genitori vennero a trovarmi  e lui disse loro: “Non so se avete notato quanto è diventata forte in pochissimo tempo vostra figlia. Ha fatto uscire lo squalo che c’era in lei”. In realtà, secondo la mia esperienza, dipende solo da come sei come persona. È una questione di personalità, che è indipendente dal fatto di essere donna o uomo. Se sei debole, prima o poi, troverai sempre qualcuno che riesce ad ostacolarti. Invece, se hai personalità e la fortuna di lavorare con persone che riescono ad esaltare il mondo femminile, amandolo fortemente come per esempio fa Maurizio Santin, si crea una bellissima collaborazione».

FRANCESCA CASTIGNANI,
titolare della Pasticceria Belle Hélène

«Sono quasi vent’anni che faccio questo lavoro e ho sempre lavorato tanto sia da dipendente sia da titolare, insieme a mio marito. Posso dire di non aver mai subito particolari discriminazioni, ma non so se è stato perché ero molto concentrata sui miei obiettivi. Certo non mi sono mai posta il problema della differenza di sesso; non ho mai pensato “lo faccio perché sono una donna e devo dimostrare di valere il doppio rispetto ad un uomo”. Ho sempre pensato che lo dovevo fare, perché dovevo superare me stessa, perché dovevo dimostrare ai miei genitori che non era un capriccio, ma che per me questo lavoro era una cosa seria, era la mia passione, era l’amore della mia vita. La mia lotta quotidiana non era quella di una donna in mezzo a tanti uomini, ma di una donna e come essere umano. E questo è tuttora il mio mantra. Sicuramente noto che, in generale, le donne non fanno mai abbastanza squadra, non facciamo abbastanza muro e non solo tra di noi e gli uomini. Il maschilismo è un mal costume molto comune, anche nei media: vedo molti articoli sui colleghi e pochi su di noi singolarmente. Mi spiego: si fa un’intervista a tutte noi insieme – magari come in questo caso in occasione della Festa della donna – ma poi si ritiene che le donne in pasticceria non meritino, singolarmente, le copertine dei giornali o gli articoli importanti che riguardano la loro professione o la loro azienda. So che questo non vale solo nell’ambito della pasticceria, anche in altri settori come quello della comunicazione, in gran parte è così. Questo mi spiace perché io ritengo di avere molto da raccontare, a partire dal mio percorso professionale accanto a grandi professionisti come Heinz Beck e Pierre Hermé. Nessuno di loro mi ha mai fatto sentire discriminata, o mi ha preso meno in considerazione rispetto ai miei colleghi uomini. Soprattutto in Francia, da Pierre Hermé, non solo c’erano moltissime donne, ma anche moltissime nazionalità, ben 17. Ed Hermé era molto orgoglioso di questo aspetto e mi ha sempre fatto sentire apprezzata. Non penso sia solo fortuna: me lo sono guadagnata con tanti sacrifici. Non che io mi lamenti, al contrario, però penso che molte di noi meritino rispetto e le luci del palcoscenico, anche indipendentemente dalla festa della donna».

LORETTA FANELLA,
formatrice e consulente

«Ora è molto più facile trovare una donna in pasticceria, ma quando sono partita io ho sempre lavorato solo con uomini e loro pensavano che non sarei mai riuscita ad andare avanti. Si sbagliavano. Anche ora, pur nelle difficoltà di questo periodo così complicato, e nonostante la mia azienda sia nata solo due anni fa, io me la sto cavando meglio di molti altri. Del resto, ho scelto di fare questo lavoro perché ho sempre avuto dentro una grande passione, anche quando, alla mia prima esperienza a Milano da Carlo Cracco, piangevo tutte le notti chiedendomi chi me l’avesse fatto fare. Il nostro è un lavoro che, se fatto seriamente, ti porta via anche 18 ore al giorno, non è sempre facile gestire la propria vita, tanto più se non sei interessata solo a quello. Quando ho voluto mettere su famiglia, ho dovuto fare una scelta: ho scelto di avere un bambino e ho dovuto cambiare rotta, dedicandomi alla formazione e facendo scelte differenti. Ho dato una svolta al mio lavoro che mi ha permesso anche di avere una famiglia, così oggi mi ritrovo ad avere accanto un marito e un figlio di 9 anni, con il desiderio di farne magari anche un altro. Anche se sono arrivata a 40 anni e da due anni ho la mia azienda e non è facile, perché il fatto di avere un’azienda comporta tante altre responsabilità: ho quattro dipendenti, l’affitto, le tasse e i fornitori da pagare, quindi i pensieri si accumulano. Però, persino in quest’ultimo anno di emergenza, sono riuscita a venirne fuori da sola, senza l’aiuto di nessuno. Questo comunque, mi rende orgogliosa di me stessa e del mio lavoro, anche se mi ha portato a fare delle rinunce. Non ho più la libertà di andare un weekend a Roma o a Parigi, ma quando ho scelto di fare questo lavoro ero già consapevole che i primi sarebbero stati anni di rinunce. Però, sono orgogliosa di lavorare dando il massimo e, nello stesso tempo, di metterci tutto l’impegno per far sì il mio bambino e possa avere un futuro migliore e che possa crescere nel migliore dei modi.

LAVINIA FRANCO,
contitolare della Pasticceria Marla, Milano

«Il mio percorso è iniziato in modo diverso: sono laureata in economia e marketing e inizialmente ho lavorato nel mondo della moda. A 25 anni, però, ho deciso di cambiare completamente e di lanciarmi in questo meraviglioso mondo che è la pasticceria. Ho frequentano il Cordon Bleu di Parigi e ho lavorato da Philippe Conticini per il mio stage accademico e, già in quell’occasione, i miei colleghi maschi trattavano le donne con sufficienza e all’inizio è stato faticoso farsi accettare, poi però se ti fai rispettare, si calmano. In Italia ho lavorato alla Pasticceria Martesana con Marco, che poi sarebbe diventato mio marito, e Davide Comaschi. Marco, prima mi ha fatto impazzire, perché mi considerava una milanese tutta “precisina”, poi però abbiamo preso confidenza e ci siamo intesi quasi subito. Ho lavorato anche da Knam, dove ho avuto modo di stare con diversi colleghi: eravamo forse più donne rispetto ai maschi, ma il capo pasticcere era un ragazzo decisamente severo: ci sta. Quando ha aperto La Pâtisserie des Rêves a Milano ho lavorato qualche mese anche lì, perché volevano un team di sole donne: poteva sembrare l’ideale, ma non è così. Tra sole donne, a volte, si genera un clima da pollaio che non è più piacevole di un ambiente di soli uomini. Ora che io e Marco abbiamo la nostra pasticceria, il team è composto da molte donne, ma non solo da loro. Non è una scelta, valutiamo caso per caso. Dal mio punto di vista le donne in pasticceria sono delle grandissime lavoratrici e danno veramente il massimo; in moltissimi casi sono molto più precise dei ragazzi e hanno le idee chiare. Anche in laboratorio abbiamo trovato una ragazza che ragiona proprio come Marco e che speriamo ci permetta di stare tranquilli e pensare ai prossimi step: vogliamo continuare a crescere

GIORGIA GRILLO,
titolare della Pasticceria Nero Vaniglia

«Essere donne in pasticceria non è facile. Io me ne sono accorta subito, fin dai primi giorni, quando mi hanno fatto sistemare i 10 sacchi di farina da 25 kg arrivati in laboratorio. Sarebbe un lavoro difficile per chiunque, donna o uomo che sia, in più però noi donne paghiamo lo scotto di vivere in una società che pensa che la donna debba trovare solo un lavoretto di appoggio e supporto alla famiglia, come mi ha gentilmente fatto notare mio suocero una volta: “tu dovevi solo trovare un lavoretto, mica un lavoro che ti impegnasse a tempo pieno!”. Finalmente, però, le cose stanno cambiando e adesso ci sono molte più donne nelle scuole di pasticceria. Vedo che compensano spesso con organizzazione e progettazione maniacali, i loro limiti fisici. Io personalmente non ho trovato maschilismo in brigata e nemmeno sottovalutazione delle mie capacità, anzi, i miei colleghi maschi mi hanno sempre apprezzato e spinto a superare i miei limiti. Oggi a Nero Vaniglia ho una brigata di tutte donne in laboratorio: non è stata una scelta voluta, è capitato perché ho conosciuto delle persone durante il mio percorso di pasticcera che mi hanno colpito. Così, quando ho aperto la mia pasticceria, le ho chiamate subito: sarà un caso che fossero donne?».

DEBORA MASSARI,
Maestra AMPI, membro del CDA della Iginio Massari srl

«Andrò contro tendenza, ma non voglio essere posta su un piano diverso rispetto ad un uomo. Cioè non riesco a vedere un approccio femminile e un approccio maschile. Se pensiamo che esista una differenza, partiamo già sconfitte. La differenza la fanno sempre le persone: a me interessa che chi lavora per noi abbia competenza e dedizione, voglia di apprendere, capacità di esaltare le materie prime, desiderio di ricercare l’innovazione. A dirla tutta non ricerco nemmeno la parità, intesa come perfetta uguaglianza, perché spesso accade che si disperda il valore funzionale della differenza. La diversità è valore e non discrimine. Cioè la donna, o meglio sua la femminilità, può offrirci degli elementi nuovi e utili. L’unica cosa che posso assicurare è che nelle Pasticcerie Iginio Massari lavorano moltissime donne (il 58% dei dipendenti in azienda è donna e in laboratorio sono il 40%), io stessa sono stata tantissimo in laboratorio e non ho mai percepito una differenza tra i sessi. E se capita di dover spostare una vasca con 300 kg di impasto, non mi sento né di più né meno adatta di un uomo: semplicemente tiro le cose, magari con più fatica, perché ho meno forza, ma non mi tiro certo indietro. Se devo essere del tutto onesta, molto spesso la discriminazione verso le donne è fatta, magari inconsapevolmente, dalle donne stesse… insomma spesso dobbiamo difendere le nostre posizioni, ma non sono gli uomini, bensì le donne a mettere in dubbio la nostra capacità di resistenza».

GRAZIA MAZZALI,
titolare della Pasticceria Mazzali e membro dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre

«Ho cominciato a lavorare in pasticceria 30 anni fa, ed ero l’unica donna in provincia di Mantova che frequentava corsi e che svolgeva l’attività di pasticcera. Magari mi trovavo a corsi a cui partecipavano 100 colleghi e io ero l’unica donna, ma non mi faceva un grande effetto. Sono abituata da sempre a stare in mezzo agli uomini. Certo che, quando mi trovavo al cospetto di famosissimi maestri, alcuni di loro quasi non mi guardavano in viso. Era come se non esistessi. Non tutti, a dire il vero. Ad alcuni, invece, devo moltissimo come Achille Zoia, Roberto Buelloni e a molti altri che avevano voglia di tramandare la cultura della pasticceria a chiunque, uomini o donne che fossero. Altri hanno cambiato mentalità molti anni dopo, quando non è stato più possibile evitare di tenere in considerazione anche la figura femminile. L’episodio più ricorrente, e anche buffo – se vogliamo – capitava però durante le fiere o in occasione di acquisti importanti. Magari io mi presentavo in compagnia di mio marito, che non c’entra nulla con la pasticceria perché è un architetto. Eppure, nessuno si poneva il dubbio: si rivolgevano sempre lui, facevano i preventivi parlando con lui io ero sempre quella che restava in disparte. La cosa ridicola è che, questi personaggi, alla fine dei loro discorsi si aspettavano una risposta da mio marito e lui diceva “guardate che è lei la pasticcera”. A quel punto pensavano di dovermi ripetere le cose, perché proprio non mi avevano considerata. A volte facevano davvero delle figure barbine. A dispetto di ciò, io credo fermamente che il contributo che danno le donne alla pasticceria sia importante, perché l’indole femminile è molto, molto più delicata, molto più sensibile; ha delle sfumature e una profondità che – secondo me – gli uomini non avranno mai. Non è per sminuirli: semplicemente vedono le cose da un’angolazione diversa. Io credo che comunque avere una categoria in cui uomini e donne vengano considerati allo stesso modo sia un grande segno di civiltà».

ELISA POLVANI,
contitolare di Opera Waiting

«La vita per le donne in pasticceria è dura. Ne parliamo spesso con Carmen e Stella e, soprattutto in passato, le discriminazioni esistevano, eccome. È vero. Esiste una difficoltà oggettiva: dobbiamo fare tutto e farlo bene, perché siamo caricatissime dalle nostre famiglie e dai nostri figli o dai nostri genitori e non ci possiamo esimere mai. Riuscire a fare tutto è tanta roba ed è molto di più rispetto a quello che generalmente si richiede ad un uomo. In più c’è un’altra difficoltà. Spesso, come nel mio caso, se lavori con tuo marito la considerazione che la gente ha di quello che fai è ben lontana dalla realtà. Ormai sono quasi 10 anni che abbiamo avviato Opera Waiting e, ancora oggi, mi capita di incontrare alcune persone che mi chiedono:”ma tu che lavoro fai? Dai una mano a tuo marito?” Non è contemplato che io sia titolare della nostra azienda, tanto quanto lui. E lui, ovviamente, ride tantissimo e mi chiama “il capo”, per prendermi in giro. Intanto io mi occupo di tutto, dalla plonge al commerciale, a tutto il resto, perché – anche questa secondo me è una caratteristica che solo le donne hanno – siamo poliedriche. A parte questo, però non ho mai avuto grandi disagi derivanti dal confronto con l’universo maschile, forse anche per via del mio carattere: sono una che non si fa molti problemi e se deve decidere, decide».

STELLA RICCI,
titolare della Pasticceria Stella

«In questi 20 anni, sono state tante le esperienze e tante persone incontrate, tanti i progressi e tanti anche i sacrifici, ma direi che, tutto sommato, ne è valsa la pena! Comincio con il dire che faccio un lavoro che mi piace e lo faccio a modo mio: ho sempre attinto le mie ispirazioni dalla moda e dall’arte per anticipare le tendenze e rendere uniche le mie proposte, così, negli anni, ho costruito un portafoglio di clienti molto esigente ed estremamente fidelizzato. Nel mio lavoro non mi sono mai sentita particolarmente diversa da un uomo ed è per questo che, in più occasioni, ho fatto più volte sentire la mia disapprovazione verso certi comportamenti discriminatori. Di esperienze negative ne ho vissute diverse, ma quella che più mi ha fatto capire quanto siamo distanti dal mondo maschile è stato quando chiesi di entrare in Accademia. Ero stata presentata da un mio amico e collega, ma fui trattata malissimo. La mia richiesta di ammissione fu messa a votazione e, mentre io venivo fatta accomodare fuori alla porta, fu deciso che una donna non poteva far parte di quella assemblea. Ho l’impressione che gli uomini ritengano la pasticceria una loro proprietà e che considerino le donne come delle intruse. Mi viene da ridere, se penso alle loro facce quando ti guardano e sono davvero convinti di essere superiori… un giorno, mentre facevo dei colloqui per assumere un pasticcere, si presentò un uomo sulla quarantina. Gli mostrai la Pasticceria e lui mi chiese: “Scusi ma il capo pasticciere chi è?” Io, con un sorriso stampato, gli risposi: “IO” e lui “Forse non mi ha capito, chi dirige il laboratorio?” Ed io, a mia volta: “Sono IO la pasticciera”. Il suo sguardo diventò diverso, cupo, come fosse schifato: questa cosa, evidentemente gli parve inaccettabile. L’ho congedato dicendo: “Stia tranquillo, non le farò subire questa umiliazione: io cerco qualcosa di diverso e lei non ha le caratteristiche che sto cercando, lei è SOLO un pasticciere!” Ammiro le donne qualsiasi lavoro facciano, tifo per le donne in gamba, quelle in grado di eccellere con le proprie capacità e con la propria forza, senza competizione e senza intrighi. Credo che ci sia nel mondo femminile una professionalità ricercata e conquistata con fervore, una fantasia ed una creatività innata, una concretezza ed un rapporto con la realtà senza eguali. Ho nel mio organico tutte donne, 10 splendide donne ognuna con le proprie caratteristiche e sfumature; da ognuna di loro prendo il meglio che sanno esprimere, abbiamo creato una sinergia ed una forza uniche».

ANNA SARTORI,
titolare della Pasticceria Sartori e membro dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre

«Se mi guardo indietro, posso distinguere momenti belli e divertenti e momenti più tosti e impegnativi. I maggiori pregiudizi li ho vissuti durante il periodo dell’università: la Facoltà di Agraria era quasi esclusivamente maschile. Con i miei compagni riuscivo spesso a sdrammatizzare, anche quando le situazioni erano imbarazzanti. Mi ricordo, per esempio, che i bagni erano solo maschili, così – quando c’era la necessità di andarci i miei compagni gridavano: “vai Anna! Tranquilla, controlliamo noi la situazione…”. Non posso dire lo stesso di un professore che, quando scoprì di avere una donna tra i suoi studenti disse: “o lei ha sbagliato sesso, oppure ha sbagliato Università”, decisamente non un esordio incoraggiante. Anche in azienda ci sono stati momenti difficili, soprattutto quando è mancato mio padre. I fornitori venivano in laboratorio e si rivolgevano a Giuseppe e Lorenzo, il responsabile del laboratorio e… si dimenticavano che io esistessi. Si formava un dialogo assurdo, il classico ping-pong a più volci con i fornitori che si rivolgevano ai maschi, che chiedevano a me, io intervenivo, ma i fornitori continuavano a rivolgersi ai maschi… una vera gag. Una volta ho visto Lorenzo che rispondeva al telefono e, dopo qualche domanda ha detto all’interlocutore: “aspetti un attimo che le passo la mia segretaria”, poi si è rivolto a me, coprendo la cornetta e mi ha detto: “Anna fai tu, decidi tu”… e giù a ridere! Devo dire che non ho mai vissuto male queste cose, ma sempre come l’occasione per capire come poter affrontare questa diversità e farla diventare un’opportunità. Certo, in un laboratorio, la differenza si sente, ma si tratta solo di limiti fisici: quando si sollevano dei pesi, per esempio. E, se è vero che comunque una donna può farcela anche da sola, è anche abbastanza inutile che lo faccia. Se il clima è buono e c’è condivisione, non esistono regole rigide: i lavori più pesanti li fa chi ha più forza, in modo naturale, senza che sia necessario un obbligo formale; le decorazioni, invece, non è detto che debba essere una donna a farle. Spesso gli uomini hanno una manualità migliore, perché non approfittarne? Lo stesso vale per i pacchetti: da noi, abbiamo Luciano, che è bravissimo. Perché non dovrebbe farli lui?

CARMEN VECCHIONE,
contitolare della Pasticceria Dolciarte, Avellino e membro dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre

«Io sono sempre stata molto determinata e ho sempre saputo quello che volevo. Non so dire se ci siano state difficoltà minori da affrontare, sta di fatto che mi sono sempre fatta valere, ma senza mai “urlare”. Nelle situazioni difficili non entro mai a gamba tesa, ma sempre a testa bassa, con calma. Molto spesso ai colleghi maschi occorre tempo prima che capiscano come siamo fatte, ma poi ci accettano. Io, quindi, li ho anticipati e mi sono posta con umiltà nei loro confronti. Umiltà, non sottomissione: semplicemente non sono una persona che cerca lo scontro e questo mi ha facilitato nel rapportarmi con gli altri. Non nascondo che ci siano delle difficoltà nel gestire un’azienda, dal momento che sono la capo-operaia e contemporaneamente, anche la titolare, ma quelle maggiori le ho trovate al di fuori della pasticceria, nella società italiana. Sono la mamma di due bambini ed entrambi li ho quasi partoriti in laboratorio. Il nostro Paese non è ancora predisposto per tutelare una mamma lavoratrice e, in questo senso, essere la titolare di un’attività non aiuta affatto. Non ci sono strutture che ti aiutino a gestire i figli e, se non hai i nonni a darti una mano, puoi solo affidarti a un asilo nido o a una scuola privata, sempre che te li possa permettere. Io sono sempre stata un po’ kamikaze, mi sono sempre buttata nelle mie avventure senza troppo pensare alle conseguenze, ma avendo di mira solo l’obiettivo ed è stato così anche per le mie gravidanze. Ho lavorato fino all’ultimo secondo utile, correndo anche qualche rischio, ma mi rendo conto che non è detto che tutte le donne possano permettersi di fare lo stesso. Prima poi finisce che lo aprirò io un nido per le mie dipendenti. Fortunatamente sono ancora giovani e, per ora, non hanno intenzione di fare figli… ».

NAAUSICA VIANI,
Bibbiano

«Il nostro lavoro è considerato un “affare” prevalentemente maschile ed è indubbio che sia fisicamente durissimo. Quindi, posso capire che in pasticceria ci sia un numero maggiore di uomini. È come se stessimo parlando di una gara di velocità sui 100 metri. Si sa che donne e uomini devono gareggiare in categorie differenti, è… naturale, ma non vuol dire che la gara degli uomini sia necessariamente più avvincente. In pasticceria, poi, un ruolo fondamentale lo gioca la creatività e in questo le donne partono avvantaggiate, perché portano in dote un’emotività che gli uomini non hanno o, almeno, non è così sviluppata. Noi donne abbiamo una sensibilità pazzesca, perché siamo molto più complicate in tutto, anche nei dolci. Il tocco femminile, quindi, si sente eccome. E se è vero che siamo numericamente minori, anche a livello mondiale, non è vero che siamo meno resistenti. Forse perché la natura ci predispone al parto, abbiamo una soglia del dolore più alta di quella degli uomini e una resistenza pazzesca. Io nel mio lavoratore faccio tutto da sola. A Natale, alla festa della mamma o quella della donna e a Pasqua ho tante di quelle prenotazioni, che mi manca il fiato, ma me la cavo sempre: per esempio, a San Valentino, per due notti non dormo e lavoro ininterrottamente e completamente da sola. Il terzo giorno svengo perché sono distrutta, però tiro sempre fuori la grinta e quelle due notti non mi ferma nessuno. Circa poi la supremazia degli uomini, mi viene in mente una cosa divertente, che riguarda le prenotazioni: di solito da me sono gli uomini a ordinare i dolci, ma… sono comandati a bacchetta dalle donne! Gli uomini fanno tanto gli spavaldi, ma il 90% delle chiamate che ricevo io dimostra che sono completamente sottomessi al volere di mogli, figlie, fidanzate».

CONCLUSIONI

Le donne in pasticceria non sono ancora un movimento, ma sarebbe bello se ciò accadesse. Per lasciare alle colleghe che verranno un punto più avanzato da cui partire e non disperdere l’enorme quantità di energia positiva che il gentil sesso ha espresso in questi anni. Perché tutte, ma proprio tutte le donne in pasticceria che ho avuto il piacere di intervistare trasudavano orgoglio e amore per il proprio lavoro. E questo nessuna discriminazione lo diminuirà mai perché, per quanto poche, le donne in pasticceria sono toste, tenaci e dolci allo stesso tempo: come un torrone ben riuscito.

 

a cura di Atenaide Arpone