Grande Cucina

Quei bravi ragazzi

Chiude Vinitaly 2022. E Licia Granello racconta su Grande Cucina le nuove generazioni di vignaioli, figli d'arte che prendono in mano importanti eredità.

Piccoli figli d’arte enologica crescono. La diversa percezione del vino, la glorificazione dell’imbottigliamento, la fine del tempo del vino sfuso è storia tutto sommato recente, figlia dell’ultimo mezzo secolo. Tra la produzione delle prime etichette di valore e lo scandalo del metanolo sono passati pochissimi anni, così che il 1986 ha funzionato da spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo enologico.

In quegli anni, all’ombra (e grazie) al genio di Veronelli è cresciuta e si è affermata una generazione di produttori indomiti e appassionati. Poi sono arrivati i figli e i figli dei figli, subentrati nel segno della continuità dell’imprenditoria familiare. Ma forse mai come oggi il ricambio generazionale assomiglia più a un salto che a un semplice passaggio.

I percorsi sono tanto diversi tra loro da far assomigliare la geografia dei nuovi vignaioli a un mosaico multicolore. Ci sono i predestinati e i recalcitranti, quelli che non avrebbero potuto fare altro e i reprobi tornati sui propri passi, gli entusiasti e i timidi. Il fil rouge che li lega è la necessità di andare oltre le figure genitoriali. Se proprio non uccidere il padre – come da manuale della psicanalisi – almeno dimostrare di esserne all’altezza senza farsi schiacciare. Il tutto, essendo abitanti del terzo millennio a tempo pieno, il che significa (anche) testa e anima in chiave digital.

Silvia e Gaia Imparato

Gaia Marano Imparato, per esempio. Liceo classico e poi l’Istituto Europeo di Design a Roma, allieva di Massimo Vignelli a New York, un periodo in Svizzera e finalmente l’approdo da Dolce&Gabbana, dove lavora per quasi vent’anni. «Quattro anni fa, ho capito che era venuto il momento di lasciare. Mi sono presa un anno sabbatico, e poi ho chiesto a mia madre di entrare in azienda. Non che fino a quel momento me ne fossi disinteressata: fin dall’inizio dell’avventura del Montevetrano sono stata io a disegnare le etichette. Ma questa era una storia diversa, significava lasciare Milano, passare molto tempo nella campagna di Salerno, imparare un sacco di cose. Ho cominciato a occuparmi del progetto di Core, a partire dalla comunicazione. Il punto di non ritorno è stato il lockdown, vissuto a Montevetrano con Giacomo, il mio figlio adolescente. Una full immersion che mi ha fatto innamorare del mestiere, tanto da sognare di creare in un futuro non troppo lontano un vino dolce».

Davide e Valentina Abbona, invece, sono nati con il DNA della Marchesi di Barolo addosso. Sessant’anni in due, laurea in Economia, master ed esperienze internazionali che li hanno resi cittadini del mondo, incarnazione perfetta del divenire dell’azienza langarola. Oggi Davide si occupa della parte agronomica («che mi diverte da matti»), mentre Valentina affianca la madre Anna nella gestione di marketing e rete commerciale, «una chance fantastica di apprendere i segreti del mestiere».

Sartori

Discorso analogo per Giacomo Sartori, inserito in azienda dallo scorso anno insieme al cugino Pietro, uno al commerciale, l’altro a curare la parte informatica. Giacomo racconta come la cosa più bella sia fare di lavoro ciò che fino a un momento prima era il soddisfacimento di una passione, «Perché il tempo con gli amici è sempre stato quello della condivisione a tavola. Cibo e vino sono dei collanti sociali e io amo raccontarli… Certo, mio padre è un gigante, ma se penso al confronto con lui mi sento più stimolato che spaventato».

Vino - Tancredi Biondi Santi

Anche Tancredi Biondi Santi lavora insieme al padre, figura iconica del vino toscano (e non solo). Così consapevole della possibilità di incidere sul futuro enologico della famiglia da firmare col padre un super rosé battezzato con le iniziali di entrambi, il JeT, prodotto dentro la millenaria tenuta di Montepò, nel cuore della Maremma. «Mio padre è una straordinaria figura di riferimento, ma questo non significa evitare il confronto. A volte non siamo d’accordo, discutiamo senza tirarci indietro, ma alla fine troviamo sempre il giusto compromesso che va bene a entrambi». Rispettando i codici del presente, ma con la forza del futuro nel bicchiere. Assaggiare il JeT per credere.

In apertura: Gaia Marano Imparato con Silvia Imparato

a cura di Licia Granello