Grande Cucina

In fondo al mar. Alla scoperta del vino underwater

L’affinamento subacqueo dei vini cresce rapidamente in tutto il mondo. Anche in ottica sostenibile. Abbiamo provato i vini e la differenza c’è.

Parliamo del trend del momento: il vino underwater. Buio, silenzio, assenza di vibrazioni, temperatura costante. A leggerlo così, il fondo del mare, per un amante di vini, fa venire in mente una cosa sola: la cantina perfetta. Soprattutto dopo che Veuve Clicquot, folgorata dalle condizioni ancora buone di alcune bottiglie naufragate nel 1840 e ritrovate nel 2010, ha dato inizio alla sua sperimentazione “Cellar in the Sea”.

È anche l’idea di Jamin Portofino UnderWaterWines, fondata nel 2015 con l’obiettivo di utilizzare l’ambiente subacqueo per sperimentare una tecnica innovativa di conservazione ed evoluzione di vini. Iniziando appunto dallo Champagne, un pinot noir dell’Aube affinato all’interno dell’Area Marina Protetta di Portofino a 52 metri di profondità, diventato il “Cloe Marie Kottakis -52”.

Vino underwater sempre più in crescita

Vini underwater

Avanti veloce, le cose sono cresciute rapidamente grazie a un equity crowdfunding e a un aumento di capitale; Jamin ha sperimentato oltre 200 tipologie di vino (ma anche spirits e liquorosi) sott’acqua, realizza private label e collabora con le Università di Genova e Firenze. Oggi conta su tre cantine sottomarine affiliate a quella di Portofino – Ravenna, Termoli, Cetraro – a cui se ne aggiungeranno a breve altre 4 in Campania, Abruzzo, Sicilia, Basilicata.

E ha visto l’ingresso di Antonello Maietta, Past President AIS, alla Presidenza del CDA ma soprattutto, dati i trascorsi di degustatore, agli assaggi. Perché possiamo restare affascinati dalla tecnologia, dalle complesse operazioni di cantinamento che richiedono la professionalità dei subacquei, dai microprocessori sulle bottiglie che seguono l’intero processo di affinamento raccogliendo circa 40.000 informazioni. Ma la domanda di chi il vino lo vuole bere è: cos’ha di diverso? “Lo stiamo scoprendo giorno per giorno, continuando a degustare”, spiega Maietta.

“I nostri panel prevedono sempre un doppio assaggio: lo stesso vino, affinato per lo stesso tempo, una bottiglia in cantina e una sotto il mare, per scoprire le differenze”. Da quello che abbiamo provato, in  generale il risultato è che l’affinamento subacqueo rallenta l’evoluzione, restituendo vini più freschi, più “giovani”. Allungandone, in qualche modo, la vita. E generando interesse in consumatori e produttori: la nicchia di mercato, che era di 400.000 bottiglie nel mondo per il 2022, è stimata tra le 800 mila e un milione per l’anno in corso. Per vini che, sottolinea Maietta, hanno già caratteristiche organolettiche precise e qualità alta: “L’affinamento sottomarino non è una bacchetta magica per migliorare il vino: la nostra sperimentazione si concentra sulle differenze di aromi e di longevità e su tutto quello che ancora c’è da scoprire”.

Sguardo alla sostenibilità

Con un occhio all’ambiente, visto che in mare non servono climatizzatori e isolamenti termici per mantenere le bottiglie al fresco. E l’altro al fascino indubbio di stappare una bottiglia che arriva dalle profondità del mare. O del lago, come nel caso del Trentodoc “Lagorai” di Cantina Romanese, che riposa sotto il Lago di Levico. Per strano che possa sembrare, la prossima frontiera del vino è l’acqua.

 

a cura di Barbara Sgarzi