Il passaggio generazionale è una tappa delicata di ogni azienda sia essa artigianale sia industriale. In tema di laboratori di arte bianca questo step è ulteriormente complicato dalla necessità di avere una certa predisposizione per i lavori manuali e per l’organizzazione. Non tanto per lavorare materialmente, ma per comprendere le dinamiche che governano “il motore” dell’attività di un panificio.
La delega delle responsabilità operative ai figli è quindi cruciale: vediamo come si possono superare gli ostacoli intervistando Paolo Sarto co-fondatore di Sarto srl, che ha superato con successo questa fase.
Intervista a Paolo Sarto
Com’è strutturata oggi la tua azienda?
Attualmente abbiamo la sede storica a Vigonovo, che ospita: il laboratorio di panificazione, il laboratorio di pasticceria, il reparto cioccolateria, uno spazio dedicato alla piccola cucina e preparazione del salato, i magazzini e gli uffici e il negozio con caffetteria e somministrazione, completo di posti a sedere. Abbiamo poi un secondo punto vendita a Noventa Padovana, con circa 60 posti a sedere. Qui abbiamo aggiunto un piccolo laboratorio di pasticceria dedicato alle farciture e all’allestimento del banco, una cucina vera e propria: il nostro bistrò serve ogni giorno tra i 35 e i 60 coperti a pranzo, soprattutto per impiegati, agenti e clienti in visita. Siamo operativi dalle 6:30 del mattino fino alle 21 e offriamo colazioni, pranzi e aperitivi. Da febbraio dell’anno scorso abbiamo rilevato anche un bar pasticceria in centro a Piove di Sacco, che replica – in formato più contenuto – il modello di Noventa. Anche lì è presente una cucina che ci permette di rigenerare o cuocere i prodotti necessari per l’offerta quotidiana. Infine, offriamo un servizio catering per le aziende, in cui ci occupiamo di coffee break, aperitivi e buffet.
Che ruolo hanno i tuoi figli in azienda, e da quanto sono coinvolti?
Uno dei miei figli si occupa della produzione. Sta imparando tutto: anche se oggi segue principalmente la pasticceria, ha fatto due anni in panificio e due in cucina. Nei momenti di ferie del personale, è pronto a coprire qualsiasi mansione operativa. Il secondo figlio lavora alla vendita: si occupa del banco, del servizio pranzo, forma il nuovo personale e cura l’organizzazione e del servizio al cliente. È anche responsabile della gestione dei servizi di catering. In azienda lavora anche mio nipote, che segue la cucina, oltre a mio fratello sua moglie e la mia: ognuno con un ruolo ben definito.
Di che cosa ti occupi oggi in azienda?
Oggi mi concentro principalmente sull’amministrazione. Al mattino controllo che tutto proceda bene, verifico i compiti assegnati, mi complimento per i risultati raggiunti, controllo la qualità dei prodotti e gestisco eventuali emergenze. In ufficio ho delegato gran parte delle mansioni amministrative, come bolle e fatture, ma seguo i colloqui di selezione, parlo con i collaboratori e gestisco i numeri aziendali. Il mio obiettivo è far quadrare i conti e organizzare incontri e riunioni per costruire un team affiatato.
In passato, invece, com’era la tua giornata tipo?
Ero totalmente operativo: la mattina in laboratorio, la sera in ufficio. Seguivo personalmente la panificazione e i lievitati, poi passavo ai numeri. Iniziavo alle 4.00 e finivo alle 20, ogni giorno. Questo mi ha portato non solo a stancarmi, ma anche a perdermi momenti aziendali e familiari importanti. Inoltre, mi occupavo dei numeri solo quando avevo tempo, e quindi anche male. Ero un tappo per la crescita dell’azienda.
Come hai iniziato a delegare il laboratorio a tuo fratello e poi a tuo figlio?
In realtà mio fratello ha sempre seguito la pasticceria, quindi ha mantenuto il suo ruolo. Frequenta corsi, segue il team e sviluppa nuovi prodotti. A mio figlio ho delegato la parte produttiva, gli acquisti e la gestione dei clienti rivenditori. Il passaggio è avvenuto con piccoli manuali, tanto affiancamento e fiducia, anche nel lasciare spazio agli errori, senza però togliergli responsabilità. Delegare, soprattutto la produzione, è una delle sfide più difficili per un imprenditore, ma è fondamentale. Oggi, se tornassi a fare tutto io, toglierei ai miei figli la possibilità di crescere.

In caso di emergenze, torni in laboratorio?
Ogni tanto capita, ma sempre più raramente. Mi capita di intervenire quando c’è da lanciare un nuovo prodotto o aprire un nuovo punto vendita, dove la mia esperienza può fare la differenza nell’organizzazione e formazione delle nuove risorse.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Voglio lasciare sempre più spazio ai miei figli, per evitare di ritrovarmi a 80 anni a decidere tutto, con figli di 50 ancora inesperti. Stiamo strutturando il passaggio dei ruoli, ed è tutt’altro che facile. Nelle aziende familiari si tende a parlare da padre a figlio, invece che da imprenditore a collaboratore. Ma è essenziale trovare un linguaggio comune, per garantire il futuro dell’azienda.
Che cosa serve, secondo te, per dedicarsi all’espansione e alla gestione dei numeri?
Ammiro molto gli imprenditori che, partiti da zero, sono riusciti a costruire grandi realtà. Quello che ho imparato è che tutti loro hanno saputo delegare le mansioni operative, uscendo dall’azienda per osservarla dall’esterno. Per crescere bisogna essere curiosi, ambiziosi, attenti ai numeri e bravi a riconoscere le persone giuste. Insieme al mio collega Marino Nardo e con te (Silvia Cocco, ndr), organizziamo incontri e corsi di formazione per condividere gli errori fatti e offrire strumenti concreti al settore.
Che cosa ritieni oggi essenziale nella tua giornata?
Il dialogo con le persone. Più sono frequenti e costruttivi i colloqui, più velocemente si risolvono le situazioni. Le risorse umane sono fondamentali: senza di loro non si cresce. Un consiglio? Non ascoltare chi si lamenta soltanto, ma chi propone soluzioni. Ho imparato che un pasticcere meno esperto, ma positivo vale più di uno bravo che crea tensioni. L’atteggiamento vale più delle competenze.
Che consiglio daresti a un imprenditore che lavora con un figlio in azienda?
È un dono, ma anche una delle sfide più complesse. Le aspettative reciproche tra genitore e figlio possono essere difficili da gestire. Non esiste una ricetta perfetta. Io non ho mai forzato i miei figli a entrare o uscire dall’azienda: dev’essere una loro scelta. Li tratto come collaboratori, li mando a formarsi e li guido nel prendere decisioni che allineino le loro aspirazioni alla mia esperienza. Gestire azienda e famiglia insieme non è facile, ma chi leggerà questo articolo capirà di cosa parlo: il nostro è un settore fatto di aziende familiari, e ogni passaggio generazionale è una sfida da affrontare con coraggio, visione e cuore.
a cura di Silvia Cocco


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